Galleria Rita Urso, Milan

December 2018 - February 2019

Linda Carrara. Senza posa.

“Restless”

di Rossella Farinotti

La cornice in ottone posata nell’angolo dello studio già fa intendere una nuova ricerca sui materiali. La figura dipinta all’interno non è immediatamente riconoscibile: ricorda un meteorite appoggiato su uno sfondo scuro, dove si intravede una sfumatura rossa, quasi impercettibile, o una dettagliata montagna un po’ innevata. Sembra una scultura. Carrara ha raggiunto l’intento: i soggetti che ha elaborato sono tangibili, tridimensionali. La grande pietra sulla tela quadrata, le due betulle appena realizzate per la bi-personale con Francesco Snote – ideate ex novo per lo spazio della galleria di Rita Urso -, i marmi meticolosamente disegnati in grafite sulle superfici delle quattro travi in legno, gli scotch sui fondi cupi, non densi perché giocati tra ombre e luci, e il piccolo sasso dipinto su legno, sono, di fatto, degli oggetti. Non sono più dei dipinti. Rappresentano dei falsi marmi di carrara - da qui il titolo ricorrente “false Carrara marble” -, sono delle zoommate su oggetti e dettagli quotidiani, naturali e domestici, o, ancora, delle elaborazioni formali di habitat e micromondi. Non c’è astrazione, se non nella stratificazione del colore a olio.

Linda lavora sulla percezione dell’oggetto, quel falso wellesiano che il regista ironicamente spiega in “F for fake”: vediamo ciò che crediamo di vedere, oppure crediamo in ciò che pensiamo di vedere. Gira e rigira è una questione di illusione visiva e percezione mentale, che l’artista gioca su diverse dimensioni e supporti, elaborando un percorso essenziale e concentrato spinto da varie urgenze, come quelle della resa della realtà come un trabocchetto per gli occhi e il superamento dei confini tradizionali della pittura.

 

Il percorso della Carrara è qui raccontato attraverso pochi elementi: un insieme scultoreo al centro, in dialogo con quel sasso, un po’ meteora e un po’ montagna, e, al piano di sopra, due lunghe tele verticali dove la cornice non è più soltanto supporto, ma esce, posandosi all’esterno e diventando parte attiva e coinvolta dell’ambiente e dell’opera. Grazie al gioco con la cornice questa pittura diventa un’altra cosa: una lavagna su cui è raffigurata un’immagine. 

 

È fondamentale la cura nei dettagli, nelle cose quotidiane che esistono e si danno per scontate. Frammenti visti da prospettive e angolazioni diverse: una pietra, un ramo, una betulla, uno sfondo marmoreo colorato, un rosa opaco, e un grigio lucente, una parte di natura, una porzione di un pavimento, una venatura particolare, o una frattura di un materiale… Linda Carrara mette alla prova il fruitore che, davanti alle sue opere, è obbligato a fare uno sforzo: a guardare. 

 

È uno sforzo attivo e piacevole: sono sempre romantici e ben raccontati i dettagli scelti dall’artista bergamasca, che rileva frammenti reali attraverso una patina poetica, tecnicamente precisa e concettualmente un po’ retrò che è diventata cifra riconoscibile del suo operare. Gli sfondi a olio meticolosi della Carrara sono stati esercitati senza posa – “restless”, appunto – in anni in cui la pittura e la sua resa si sono perfezionate passo dopo passo, cercando di raggiungere un equilibrio stilistico per nulla scontato. Anche la luce ha un ruolo importante: i raggi dei cieli del nord, delle Fiandre, di città come Ghent e Bruxelles, luoghi dove Linda ha vissuto e lavorato negli ultimi anni, rilevano le ombre e la tridimensionalità dell’oggetto scelto sopra un fondo impeccabile che, in dialogo con i dettagli iperrealistici dipinti, formano una continuità. 

 

Non è stato semplice arrivare qui: una lotta per l’equilibrio tra lo studio sperimentale del colore e la ricerca di una figurazione non grottesca e innovativa, per i punti di vista restituiti. E poi i soggetti: Carrara ha passato diverse tappe per lavorare sulla figura. Dal ritratto – prettamente femminile -, evanescente nei volti e nei dettagli, alle architetture, agli oggetti, alle nature morte, ai pavimenti in legno, alla realizzazione dei falsi marmi, fino alla serie dei “floating objects”. Non più raffigurazione, ma oggetto tout court. 

 

“Where I was born and how I have lived is unimportant. It is what I have done with where I have been that should be of interest/Dove sono nata a dove ho vissuto non è importante. Ciò che dovrebbe interessare è quello che ho fatto e dove sono stata”, Georgia O’ Keefe. Una pittrice che, nei dipinti legati al paesaggio e al cielo del New Mexico, o alla raffigurazione di oggetti tipici del suo contesto domestico, restituiva una maniera di guardare le cose diversa, attraverso una lente introspettiva dove i dettagli domestici si ingrandiscono, assumendo una sostanza diversa e una densità maggiore. Questa visione rimanda alle opere di Linda. Anche lei non perde le sue radici, che si mantengono salde nonostante i luoghi e le case vissute negli ultimi anni itineranti.

Un ultimo appunto. Da una conversazione con Giacomo Montanelli: perché il falso marmo? “Le linee del marmo rimandano immediatamente alle vene tant’è che hanno lo stesso nome, venature. Il finto marmo è sempre stato utilizzato nelle chiese come modo per "andare oltre”: per sognare e per condurre il credente in un mondo quasi onirico e di speranza. Nella pittura di finto marmo dei grandi artisti del passato credo che risieda l’unica liberà pittorica svincolata da un soggetto canonico, possiamo quasi considerarlo il primo tentativo di astrattismo, tanto che alcuni finti marmi di Mantegna o di Giotto hanno aperto la possibilità del dripping. Credo che la finzione e l’illusione siano veramente prossime”. Linda Carrara

restless Linda Carrara | Francesco Snote