>>Linda Carrara. Senza posa. “Restless”

di Rossella Farinotti

La cornice in ottone posata nell’angolo dello studio già fa intendere una nuova ricerca sui materiali. La figura dipinta all’interno non è immediatamente riconoscibile: ricorda un meteorite appoggiato su uno sfondo scuro, dove si intravede una sfumatura rossa, quasi impercettibile, o una dettagliata montagna un po’ innevata. Sembra una scultura. Carrara ha raggiunto l’intento: i soggetti che ha elaborato sono tangibili, tridimensionali. La grande pietra sulla tela quadrata, le due betulle appena realizzate per la bi-personale con Francesco Snote – ideate ex novo per lo spazio della galleria di Rita Urso -, i marmi meticolosamente disegnati in grafite sulle superfici delle quattro travi in legno, gli scotch sui fondi cupi, non densi perché giocati tra ombre e luci, e il piccolo sasso dipinto su legno, sono, di fatto, degli oggetti. Non sono più dei dipinti. Rappresentano dei falsi marmi di carrara - da qui il titolo ricorrente “false Carrara marble” -, sono delle zoommate su oggetti e dettagli quotidiani, naturali e domestici, o, ancora, delle elaborazioni formali di habitat e micromondi. Non c’è astrazione, se non nella stratificazione del colore a olio.

Linda lavora sulla percezione dell’oggetto, quel falso wellesiano che il regista ironicamente spiega in “F for fake”: vediamo ciò che crediamo di vedere, oppure crediamo in ciò che pensiamo di vedere. Gira e rigira è una questione di illusione visiva e percezione mentale, che l’artista gioca su diverse dimensioni e supporti, elaborando un percorso essenziale e concentrato spinto da varie urgenze, come quelle della resa della realtà come un trabocchetto per gli occhi e il superamento dei confini tradizionali della pittura.

 

Il percorso della Carrara è qui raccontato attraverso pochi elementi: un insieme scultoreo al centro, in dialogo con quel sasso, un po’ meteora e un po’ montagna, e, al piano di sopra, due lunghe tele verticali dove la cornice non è più soltanto supporto, ma esce, posandosi all’esterno e diventando parte attiva e coinvolta dell’ambiente e dell’opera. Grazie al gioco con la cornice questa pittura diventa un’altra cosa: una lavagna su cui è raffigurata un’immagine. 

 

È fondamentale la cura nei dettagli, nelle cose quotidiane che esistono e si danno per scontate. Frammenti visti da prospettive e angolazioni diverse: una pietra, un ramo, una betulla, uno sfondo marmoreo colorato, un rosa opaco, e un grigio lucente, una parte di natura, una porzione di un pavimento, una venatura particolare, o una frattura di un materiale… Linda Carrara mette alla prova il fruitore che, davanti alle sue opere, è obbligato a fare uno sforzo: a guardare. 

 

È uno sforzo attivo e piacevole: sono sempre romantici e ben raccontati i dettagli scelti dall’artista bergamasca, che rileva frammenti reali attraverso una patina poetica, tecnicamente precisa e concettualmente un po’ retrò che è diventata cifra riconoscibile del suo operare. Gli sfondi a olio meticolosi della Carrara sono stati esercitati senza posa – “restless”, appunto – in anni in cui la pittura e la sua resa si sono perfezionate passo dopo passo, cercando di raggiungere un equilibrio stilistico per nulla scontato. Anche la luce ha un ruolo importante: i raggi dei cieli del nord, delle Fiandre, di città come Ghent e Bruxelles, luoghi dove Linda ha vissuto e lavorato negli ultimi anni, rilevano le ombre e la tridimensionalità dell’oggetto scelto sopra un fondo impeccabile che, in dialogo con i dettagli iperrealistici dipinti, formano una continuità. 

 

Non è stato semplice arrivare qui: una lotta per l’equilibrio tra lo studio sperimentale del colore e la ricerca di una figurazione non grottesca e innovativa, per i punti di vista restituiti. E poi i soggetti: Carrara ha passato diverse tappe per lavorare sulla figura. Dal ritratto – prettamente femminile -, evanescente nei volti e nei dettagli, alle architetture, agli oggetti, alle nature morte, ai pavimenti in legno, alla realizzazione dei falsi marmi, fino alla serie dei “floating objects”. Non più raffigurazione, ma oggetto tout court. 

 

“Where I was born and how I have lived is unimportant. It is what I have done with where I have been that should be of interest/Dove sono nata a dove ho vissuto non è importante. Ciò che dovrebbe interessare è quello che ho fatto e dove sono stata”, Georgia O’ Keefe. Una pittrice che, nei dipinti legati al paesaggio e al cielo del New Mexico, o alla raffigurazione di oggetti tipici del suo contesto domestico, restituiva una maniera di guardare le cose diversa, attraverso una lente introspettiva dove i dettagli domestici si ingrandiscono, assumendo una sostanza diversa e una densità maggiore. Questa visione rimanda alle opere di Linda. Anche lei non perde le sue radici, che si mantengono salde nonostante i luoghi e le case vissute negli ultimi anni itineranti.

Un ultimo appunto. Da una conversazione con Giacomo Montanelli: perché il falso marmo? “Le linee del marmo rimandano immediatamente alle vene tant’è che hanno lo stesso nome, venature. Il finto marmo è sempre stato utilizzato nelle chiese come modo per "andare oltre”: per sognare e per condurre il credente in un mondo quasi onirico e di speranza. Nella pittura di finto marmo dei grandi artisti del passato credo che risieda l’unica liberà pittorica svincolata da un soggetto canonico, possiamo quasi considerarlo il primo tentativo di astrattismo, tanto che alcuni finti marmi di Mantegna o di Giotto hanno aperto la possibilità del dripping. Credo che la finzione e l’illusione siano veramente prossime”. Linda Carrara

Linda Carrara. Senza posa. “Restless”

by Rossella Farinotti

The brass frame placed in the corner of the studio already suggests a new research on materials.

The subject of the painting isn’t immediately recognizable: it looks like a meteorite on a dark background, where you can see an almost imperceptible red shade, or a detailed snowy mountain. It looks like a sculpture. Carrara has reached her intent: the subjects in her paintings are tangible, three-dimensional.

 

The large stone on the square canvas, the two birches just made for the two-person exhibition with Francesco Snote – especially realized for Rita Urso gallery -, the meticulously drawn marbles, made with graphite on four wooden beams, the tape on the dark backgrounds, non-dense since they’re played between shadows and lights, and the little stone painted on wood, they are, in fact, objects. They are not paintings. They represent the false marbles of Carrara - hence the recurring title “false Carrara marble” - they are zooms on objects and daily, natural and domestic details, or, again, formal elaborations of habitats and micro-worlds. There is no abstraction, except for the stratification of oil color.

Linda works on the perception of the object, that false Wellesian that the director ironically explains in “F for fake”: we see what we believe we see, or we believe in what we think we see. It’s a matter of visual illusion and mental perception, which the artist plays on different dimensions and supports, developing an essential and concentrated path driven by various urgencies, such as those of the surrender of reality as an eye trickster and the overcoming of the traditional boundaries of painting.

Carrara’s research is told here through a few elements: a sculptural set in the center, communicating with that stone, a little meteor and a little mountain, and upstairs two long vertical canvases whose frames are no longer only support, they come out and become an active and involved part of the environment and the work. Thanks to the frame games, this painting becomes something else: a blackboard on which an image is depicted.

Attention to details is fundamental, in everyday things we take for granted. Fragments seen from different perspectives and angles: a stone, a branch, a birch, a colored marble background, an opaque pink, a bright gray, a part of nature, a floor portion, a particular grain, or a fracture in a material ... Linda Carrara tests the viewer who, in front of her works, is obliged to make an effort: to look.

It’s an active and pleasant effort: the details chosen by the artist are always romantic and well told, she reveals real fragments through a poetic film, technically precise and almost conceptually retro, that has become recognizable of her work. Carrara’s meticulous oil backgrounds have been practiced “restless” for years, during which painting and its performance have been perfected step by step, trying to reach a great stylistic balance. Light also plays an important role: northern skies’ rays, of Flanders, of cities like Ghent and Brussels, places where Linda lived and worked in recent years, reveal the shadows and the three-dimensionality of the object chosen above an impeccable background which form a continuity in dialogue with the hyperrealistic details of the painting.

It wasn’t easy to get here: a fight for balance between the experimental study of color and the search for a non-grotesque and innovative figure, for the returned points of view. And then the subjects: Carrara has gone through several stages to work on the figure: from portraits - purely feminine, evanescent in faces and details- to architectures, to objects, to still life, to wooden floors, to the realization of the false marbles, up to the “floating objects” series. No more representation, just object tout court.

“Where I was born and how I have lived is unimportant. It is what I have done with where I have been that should be of interest”, Georgia O’ Keeffe. A painter who, in paintings related to the landscape and sky of New Mexico, or the representation of typical objects of her domestic context, gave a different way of looking at things, through an introspective lens where domestic details are enlarged, assuming a different and higher essence and density. This vision somehow refers to Linda’s works. She doesn’t lose her roots either, which remain strong despite the different places and houses where she lived during the last years traveling.

One last note. From a conversation between Linda and Giacomo Montanelli: why the false marble? “Marble lines immediately refer to veins, so much they share the same name, veining. Fake marble has always been used in churches as a way to “go beyond”: to dream and to lead the believer in an almost dreamlike world. In fake marble paintings of great artists in the past, I believe that dwells the only pictorial freedom, detached from a canonical subject, which we can almost consider to be the first attempt of abstractionism, so that some Mantegna or Giotto’s fake marbles have opened the possibility for dripping. I think that fiction and illusion are really close. “