A/R

[Linda Carrara nata a Bergamo nel 1984, vive e lavora tra Bruxelles e Milano]

IIC Bruxelles

Italian Cultural Institute

Bruxelles 2018

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TRASLAZIONI DEL REALE

E METAMORFOSI DEL SENSO

di Vittoria Papa Malatesta

“Linda Carrara nata a Bergamo nel 1984, vive e lavora tra Milano e Bruxelles”: il sottotitolo della mostra A/R nella sua minimale chiarezza racchiude e sintetizza la situazione biografica di un’artista che della trasferta ha fatto una

condizione esistenziale trovandovi il punto di partenza per riflessioni e spunti creativi condensati in opere già nate, in divenire o da elaborare.

Filoni paralleli di ricerca si incontrano intorno ad un nucleo concettuale univoco, la legittimità della mimesi nell’arte, la fondatezza del principio figurativo: un “valore” che le riflessioni di Linda Carrara caparbiamente continuano a indagare, talvolta per provare ad affermarne le funzioni, talvolta invece svincolandosi dal reale “oggettivo” per lasciarsi condurre verso un altrove che svii la mente

dall’apparenza e offra in cambio, come un dono, la poesia surreale di  interpretazioni inedite, la meraviglia dell’inaspettato e l’evocazione del possibile, scaturite non dal soggetto della raffigurazione in sé e per sé, ma dal dialogo fra l’opera e lo spettatore. In tale processo creativo, lasciato all’apparenza non compiuto, lo spettatore è infatti spesso fortemente implicato (quasi quanto lo è l’autrice), sollecitato dall’invito dell’artista a partecipare alla vita dell’opera, ad attribuirle un senso con la propria individuale interpretazione, come a voler stabilire un patto di condivisione fondato sulla ferma fiducia nella pluralità semantica dell’arte. L’imprescindibile necessità che spinge gli artisti a interrogarsi sulle ragioni e i modi del complesso organismo di cui è costituito il fare artistico conduce Linda Carrara a ripensarne alcune questioni cruciali, come le sue finalità decorative, rivisitando ad esempio un tema, quello della ‘natura morta’, svalutato un tempo in ragione della tradizionale gerarchia dei generi (almeno fino alla

caravaggesca Fiscella dell’Ambrosiana), proprio per la clamorosa assenza in esso di un soggetto nobile e dunque nobilitante. Da qui l’innesco per un’appassionata ricerca sui

generi artistici nell’arte, sui materiali, sulle tecniche e sul valore da essi rivestito nella storia dell’arte.

Prioritario, in tali riflessioni, l’interesse di Linda Carrara per il trompe-l’oeil, sicuramente una delle più stranianti forme di inganno che gli artisti — quelli che si sono affannati alla ricerca della perfezione nel raffigurare la realtà — hanno utilizzato, finendo col negare quella realtà proprio laddove riuscivano a renderla più vera e credibile. Così dai tempi

delle contese pliniane tra Zeusi e Parrasio fino ai topoi letterari del Rinascimento in cui la Natura sconfitta cede le armi dinanzi all’abilità dell’Artista, il bilico equivoco tra realtà e finzione, rivelato con forza dirompente dallo “spazioso” Giotto agli Scrovegni, approda in Fiandra sui volets dell’Agnello mistico di van Eyck, suscitando entusiasmi tra quei fiamminghi così avidi di realtà, mentre da noi era diventato nel frattempo regola, rassicurazione e sistema nella prospettiva brunelleschiana, per poi raggiungere nei secoli a venire nuovi orizzonti di illusionismo virtuosistico. È proprio l’apparente, granitica incontrovertibilità della

legge prospettica a offrire materia ad un filone ulteriore dell’opera di Linda Carrara. L’artista, nel ribaltare i principii della prospettiva stessa, intende mettere in luce tutta l’inefficacia dolorosa delle convenzioni — anche le più antiche e autorevoli — attraverso i suoi “floating objects”: oggetti fluttuanti, forse allo sbando, su ombre impossibili e ingannatrici. Altri oggetti e altri corpi inerti sembrano sfidare, senza vita, altre leggi e non poter più galleggiare, quasi completamente integrati nello specchio rifrangente di un fiume melmoso in cui, come schegge di dolore che si conficcano nell’anima, o come scorie, sopravvivono a

oltranza, mentre è la densità del fluido in cui giacciono a provocare bruschi effetti di rottura e devianza da forme più immediatamente riconoscibili.

Anche ad un materiale prezioso come il marmo, la cui nobiltà è accreditata nei secoli da valori e simbologie evocatrici di altezze morali e spirituali principalmente in virtù della sua saldezza, vengono sottratte da Linda Carrara alcune delle sue qualità più peculiari: della solida e

massiccia materia marmorea l’artista fa sgualcita fiacchezza, tela abbandonata in attesa di un ruolo, dalla sua essenza stereometrica ricava linearità, piano grafico e il gioco illusorio di un disegno bidimensionale, senza forma né volume, piatto. Tutte le potenzialità della scultura dirottate a trasformarsi in pittura: cosa ne avrebbe detto il divino Michelangelo, che riteneva la scultura esser “lanterna della pittura” …